Il Sulcis: di mare, di pietra, di vento e di lotta

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Il Sulcis: di mare, di pietra, di vento e di lotta

Spesso chi visita la Sardegna pensa che inizi e finisca col mare. In un certo senso è vero, la Sardynia è un’isola quindi è completamente circondata da quel simpatico ma anche turbolento amico… il mare, appunto. Ma quella terra è fatta anche di pietra, di panorami aspri, non di rado deserti ma pieni di silenzi: silenzi spesso interrotti dal vento. Io penso che il Sulcis sintetizzi bene tutto questo.

Purtroppo anche quest’altro amico, a causa della chiusura delle miniere e di molte fabbriche ha visto sé stesso e la sua gente andare sempre più giù. E così veniamo all’elemento lotta.

Già tra il 1998 ed il 1999 ricordo che tenendo dei corsi di storia in scuole di Carbonia e di Iglesias, mi capitò di parlare con dei ragazzi del loro futuro. Affiorava la paura appunto del futuro e della disoccupazione…

Carbonia

Eppure da quelle parti vi sono ragazze/i che a prezzo di grandi sacrifici cercano di valorizzare la memoria storica della loro terra: non solo quella balneare. Tanti/e lavorano in campo museale, cercano di mettere su cooperative artistico-culturali, si occupano del recupero di vecchi mestieri (lavorazione dell’argento, progetto Isola) ecc. Sono figli e nipoti di minatori: non è gente abituata ad arrendersi, quella.

Comunque, il Sulcis è pieno di sorprese… laggiù, nelle cittadine di Carloforte e di Calasetta si parla un dialetto ligure! Mio padre (il suo era di Arbus) nacque e crebbe a Carloforte; quando in estate andavamo a u paize (il paese) era come andare “in continente.” La cittadina sorge sull’Isola di S. Pietro e fu colonizzata nel 1738 da Pegliesi provenienti da Tabarka, un’isola oggi collegata alla costa tunisina; Pegli si trova alla periferia ovest di Genova. Tuttora i carlofortini definiscono sé stessi tabarchini e tabarchino il loro dialetto. Mio padre parlava u tabarkìn coi genovesi in visita a u paize e si capivano benissimo! Ricordo la vecchia casa di campagna dei nonni e la miniera (se non erro, di manganese), ricordo le scogliere in lotta col mare, le agavi, le instancabili cicale, il mare che scintillava, le rovine della teleferica, le viuzze bianche e strette quasi come i caruggi, ricordo le “vasche” sul lungomare e tanto, tanto altro…

Calasetta

Poi, ecco le dune di Piscinas: l’unico deserto in Europa; poco dopo la spiaggia c’è davvero un deserto, benché non (molto) esteso. Anche Piscinas ha resti o ferite minerarie: quasi a ridosso della spiaggia ricordo d’aver visto, come in attesa, i vagoncini che si utilizzavano per il trasporto del minerale… in attesa su binari ormai arrugginiti. Un paesaggio texano-messicano, quasi western.

La miniera di Porto Flavia si affaccia sul mare e quando ho visitato appunto quella miniera, dal mare ho visto levarsi l’isolotto chiamato Pan di zucchero.

A Portoscuso ed a Buggerru…

Ma basta così: il mare, la pietra, il vento e la lotta non tollerano troppe parole

Guest Post di Riccardo Uccheddu

Riccardo Uccheddu

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